Agosto 2026 – Kyrgyzstan
Per una settimana ho vissuto immerso in una dimensione dove il tempo sembra scorrere con un ritmo del tutto diverso. La prima cosa che ti colpisce del Kyrgyzstan, quando ti trovi al cospetto delle grandi vallate dell’Asia Centrale, è l’immensità. Spazi verdi infiniti che si estendono a perdita d’occhio fino a fondersi con le cime innevate delle montagne e con un cielo così limpido, profondo e incontaminato che sembra quasi di poterlo toccare allungando una mano.
In quei momenti ti rendi conto di quanto siamo piccoli di fronte alla potenza della natura, ma allo stesso tempo ti senti incredibilmente parte di qualcosa di grandioso. Dalle notti passate nelle iurte congelate a 5 gradi sotto cieli stellati che toglievano il fiato, fino ai canyon rossi che sembrano sculture vive, alle acque specchiate dei laghi ad alta quota e alle vette al confine con la Cina: questo viaggio non è stato solo un percorso sulla mappa. Il Kyrgyzstan è stato un viscerale, necessario ritorno all’essenziale.
Ecco il racconto giorno per giorno del mio itinerario tra gli altipiani nomadi del Kirghizistan.
Giorno 1 – Dalla storia della Via della Seta al silenzio dell’Issyk-Kul
Lasciata la capitale Bishkek alle spalle, la strada inizia gradualmente a liberarsi dal cemento per fare spazio al paesaggio. La nostra prima immersione nella storia avviene presso la Torre di Burana, un solitario minareto che svetta silenzioso su ciò che resta dell’antica Balasagyn, gloriosa capitale del regno Karakhanide lungo la rotta della Via della Seta. Camminare tra i balbals — le misteriose steli funerarie scolpite nella pietra che punteggiano il prato attorno alla torre — infonde fin da subito una sensazione di rispetto per una terra attraversata per secoli da viaggiatori e mercanti.



Ripreso il cammino, ci addentriamo tra le pareti argillose del Kok Moinok Canyon. Due ore di camminata a piedi tra labirinti di roccia rossa e formazioni modellate dal vento e dall’acqua nel corso dei millenni. Il contrasto tra la terra arida e infuocata del canyon e la tappa successiva è netto: nel tardo pomeriggio arriviamo sulle sponde meridionali dell’Issyk-Kul, il secondo lago alpino più grande al mondo, posizionato a 1.600 metri di altitudine, in cui faremo anche un bagno.
Raggiungiamo il nostro primo campo di iurte a Bokonbaevo. La sera, dopo cena, assistiamo ad un’esibizione di musica tradizionale Kyrga, sia i maestri che gli allievi hanno dato uno spettacolo unico. Il freddo della montagna inizia ad farsi sentire, ma la calda accoglienza all’interno delle strutture tradizionali in feltro e lana ci fa entrare istantaneamente nel vero spirito della vita nomade del Kyrgyzstan.





Giorno 2 – Il richiamo dell’aquila e i colori surreali di Skazka
La mattina si apre con un incontro profondo con le tradizioni più antiche di questo popolo: la caccia con l’aquila reale. Rimanere a pochi centimetri da un rapace di quelle dimensioni e osservare la simbiosi viscerale tra il falconiere e l’animale fa comprendere quanto il popolo kyrgyz sia ancora intimamente legato ai ritmi e alle leggi della natura selvaggia. Apparentemente non c’è addestramento forzato, ma una fiducia reciproca che affonda le radici in secoli di sopravvivenza sugli altipiani.





Lasciato il campo, ci dirigiamo verso il Skazka Canyon, conosciuto non a caso come il Canyon delle Fiabe. Per chi ama la fotografia, questo posto è un parco giochi sensoriale unico: pinnacoli rocciosi, guglie d’argilla e creste dalle sfumature che spaziano dal rosso fuoco all’ocra e al giallo vivo, disegnate come onde pietrificate. Il paesaggio cambia forma a ogni passo e con il variare dell’inclinazione della luce del sole.


Nel pomeriggio ci lasciiamo alle spalle l’aridità del canyon per salire verso la lussureggiante Valle di Jeti-Oguz. Con un trekking di un paio d’ore risaliamo i pendii verdeggianti incorniciati da foreste di abeti e dalle celebri formazioni di roccia rossa, fino a raggiungere il campo iurte a Kok-Jaiyk per la cena e il pernottamento.



Giorno 3 – L’ascesa al Lago Song-Kul e la magia della Via Lattea
Il viaggio verso il cuore del Kyrgyzstan ci porta ad attraversare il villaggio di Kochkor. Qui, subito dopo pranzo, ci attende una bellissima immersione nell’artigianato locale: assistiamo da vicino alla complessa lavorazione tradizionale dei tipici tappeti di feltro in lana (shyrdak). Vedere la maestria manuale con cui la lana grezza viene battuta, tinta e lavorata a mano fino a creare complessi simboli ancestrali fa comprendere quanto ogni singolo oggetto della cultura nomade racconti una storia di famiglia e di territorio.


Fatta scorta di storie e tradizioni, la strada ricomincia a salire vertiginosamente verso il passo Kalmak-Ashuu, quota 3.445 metri. Raggiungere la sommità del valico regala una vista d’insieme che lascia senza fiato: vette imponenti, aria sempre più sottile e frizzante, e sullo sfondo l’inizio dell’altopiano.

Scendendo dal passo si apre davanti a noi la maestosità del Lago Song-Kul, adagiato a circa 3.000 metri di altitudine e già qui capisci di essere su un altro pianeta. Arrivati al campo iurte facciamo nei dintorni e, nel tardo pomeriggio prima della cena, partecipiamo a una piccola e intima cooking class per preparare il boorsok, il tipico pane fritto kyrgyz. Lavorare l’impasto insieme alla cuoca del posto, tagliarlo in piccoli rombi e vederlo gonfiare nell’olio bollente per poi gustarlo ancora fumante è stato uno di quei piccoli rituali calorosi che ti scaldano l’anima; il tutto condito da una pseudo proposta di lavoro nel campus quando le cuoche si sono accorte della mia manualità nella panificazione 😄


Qui non esistono strutture in muratura, non c’è copertura telefonica, non ci sono luci artificiali né rumori se non il vento. La notte al Song-Kul è un’esperienza estrema e bellissima: le temperature crollano drasticamente toccando i 5 gradi. Ma è proprio quando il freddo si fa più pungente e l’oscurità avvolge l’altopiano che avviene la vera magia del Kyrgyzstan.
Uscire dalla iurta e alzare gli occhi al cielo è una scossa al cuore. Senza alcun inquinamento luminoso, la Via Lattea si mostra ad occhio nudo con una nitidezza, una densità e una profondità quasi disarmanti: un arco di luce e polvere cosmica che taglia in due il firmamento. È stata la prima volta in assoluto che mi sono cimentato nell’astrofotografia con la mia Canon. Rivedere il risultato sullo schermo — decisamente discreto e soddisfacente per essere un primo tentativo — è stata una gioia immensa. Ma prima ancora dello scatto, è stato il privilegio di restare lì in silenzio nel bel mezzo del Kyrgyzstan, al freddo, ad ammirare quell’universo sterminato ad occhio nudo a rendermi grato di essere esattamente in quel punto del pianeta.


Giorno 4 – Trekking tra i passi alpini e la discesa ad At-Bashy
Il risveglio al Song-Kul con la luce fredda del mattino e l’aria pungente sui tremila metri ha il sapore della purezza… e della gola secca 😂 Dopo una ricca colazione tradizionale, ci mettiamo in marcia per la giornata di trekking che ci vedrà attraversare il Moldo-Ashuu Pass per poi proseguire verso l’Oiurma Pass.
Camminare a piedi per circa 4 ore su questi sentieri, con lo sguardo che spazia costantemente da un lato all’altro su catene montuose frastagliate e vallate sterminate, dà una forte sensazione di solitudine e libertà. La camminata regala continui cambi di prospettiva sul paesaggio alpino, tra pascoli d’alta quota e pareti rocciose grezze.

Dall’Oiurma Pass iniziamo la discesa verso la base del Moldo-Ashuu, dove ritroviamo i nostri mezzi ad attenderci. Raggiungiamo il villaggio di Kurtka per un rigenerante pranzo fatto in casa, preparato con ingredienti semplici e locali. Nel pomeriggio proseguamo il viaggio su strada verso il villaggio di At-Bashy (2.050 m), dove trascorriamo la notte in una guesthouse per riposare in vista delle giornate più remote che ci attendono al confine cinese.

Giorno 5 – La libertà al galoppo nella Valle di Ak-Sai
Lasciato At-Bashy, la giornata di oggi ci porta in uno dei luoghi più isolati e selvaggi dell’intera regione. Percorriamo 150 km di strada sterrata lungo la Valle di Ak-Sai, ad un’altitudine di oltre 3.500 metri, non facendoci mancare pure uno pneumatico forato nel bel mezzo del Kyrgyzstan! La rotta corre parallela al confine con la Cina, mostrandoci la grandiosità della catena montuosa del Kakshaal-Too. Qui la civiltà sparisce completamente: si incontrano soltanto mandrie di yak, accampamenti temporanei di pastori nomadi e, aguzzando la vista sulle pareti rocciose, le rare pecore selvatiche di Marco Polo ed anche simpatiche marmotte.


Arrivati nella valle di Kok-Kyia, sistemiamo le nostre cose nel campo iurte che ci farà da base per esplorare il remoto lago Kel-Suu il giorno seguente. È proprio qui che arriva il momento in cui quella sensazione di libertà l’ho provata dritta sulla mia pelle.
Decido di partecipare ad un’escursione in sella a cavallo, per la prima volta in vita mia, ed entrare in totale fusione con il paesaggio. Iniziamo a camminare lentamente lungo i sentieri silenziosi della valle e poi… ci lasciamo andare al galoppo, sulla strada del ritorno, attraverso quelle distese infinite. Sentire il vento forte sulla faccia, il ritmo sordo degli zoccoli che battono sulla terra, l’aria frizzante dei 3.500 metri nei polmoni. In quel galoppo non c’erano pensieri, non c’erano orologi o scadenze da rispettare. C’eravamo solo io, il cavallo e l’infinito. Una delle scariche d’adrenalina e di pace pura più forti di tutto il viaggio.

Rientriamo al campo con la sera che cala rapida e le temperature che crollano di nuovo attorno ai 5 gradi, pronti per la notte prima del grande lago.
Giorno 6 – La perla nascosta: il Lago Kel-Suu
Il risveglio è dedicato alla meta più spettacolare e nascosta di tutto l’itinerario del Kyrgyzstan: il Lago Kel-Suu. Nascosto tra imponenti cattedrali di roccia verticale a 3.500 metri di altitudine, Kel-Suu è un lago unico al mondo, formatosi a seguito di un enorme franamento e caratterizzato da acque dai toni turchesi e smeraldo che cambiano colore a seconda della luz.


Iniziamo il trekking di circa 14 km (A/R) per raggiungere la conca del lago. Il percorso si snoda lungo torrenti, piane paludose e pascoli dove pascolano tranquilli i giganti del freddo, gli yak. Quando dopo ore di cammino ci si affaccia finalmente sulle sponde del Kel-Suu, lo spettacolo lascia letteralmente senza parole: falesie rocciose vertiginose che si tuffano direttamente nell’acqua specchiata, creando un canyon allagato dal fascino quasi misterioso.

Dopo esserci fermati a contemplare la forza di questo luogo e aver consumato uno snack sulle sue sponde, intraprendiamo la via del ritorno verso il campo iurte. Nel primo pomeriggio salutiamo la valle di Kok-Kyia e ripercorriamo la maestosa Ak-Sai Valley in auto, iniziando la lunga discesa dagli altipiani fino alla cittadina montana di Naryn, dove la civiltà e il calore di una stanza d’albergo ci riaccolgono dopo giorni di isolamento totale.
Giorno 7 – Il ritorno alla civiltà: Bishkek tra contrasti, sapori e nightlife
Dopo giorni trascorsi immersi nella natura più selvaggia e incontaminata, la strada di rientro verso Bishkek segna un lento, inevitabile ritorno alla modernità. Il viaggio in auto attraversa vallate che gradualmente si appiattiscono, fino a lasciarci rientrare nel caos vivace e ordinato della capitale.
Per festeggiare la fine di questa traversata nomade, ci concediamo un pranzo speciale: ci fermiamo in un ristorante elegante e moderno strutturato su più piani. Il contrasto con i pranzi spartani nei campi iurte è fortissimo, ma la cura del servizio e l’altissima qualità dei piatti tradizionali rivisitati rendono la sosta una vera esperienza culinaria.
Nel pomeriggio ci dedichiamo al riposo e allo shopping. Visitiamo un grande centro commerciale della città, dove scopriamo un’intera area artigianale dedicata ai prodotti tipici kyrghi: un’esplosione di colorati kalpak (il tradizionale cappello maschile in feltro) di cui ne acquisto uno come in foto, ciabatte di lana lavorate a mano e souvenir tradizionali per portare a casa un pezzetto di questo Paese.

La sera ci immergiamo nella vivace scena gastronomica e notturna di Bishkek. Ceniamo in un ottimo ristorante specializzato in carne lungo la via 7-April, godendoci una spettacolare grigliata di spiedini di carne locali, cotti alla perfezione alla brace. Per concludere la notte in bellezza, ci spostiamo in un bar della zona per qualche drink: qui la sorpresa sono degli eccellenti gin tonic serviti al bancone a poco meno di 5€, il modo perfetto per fare un ultimo brindisi tra risate e racconti prima di chiudere le valigie.
Conclusioni
All’alba del giorno successivo, con il primo volo delle 10.00 del mattino che mi riporta verso l’Italia, guardo dal finestrino dell’aereo le montagne del Kyrgyzstan sfumare tra le nuvole.
Dalle notti congelate a 5 gradi sotto cieli stellati che toglievano il fiato, fino ai canyon rossi di Skazka, alle acque specchiate dei laghi Song-Kul e Kel-Suu, alle corse a cavallo al confine cinese e alle risate per le vie di Bishkek: questo viaggio non è stato solo un percorso sulla mappa. È stato un vero e proprio ritorno alla riconnessione con la natura.
In Kyrgyzstan ho riscoperto il valore del silenzio, la bellezza del freddo che ti sveglia la mattina e la sensazione impagabile di correre a cavallo senza meta. Un luogo del mondo che ti rimane appiccicato all’anima e che continua a chiamarti anche quando sei tornato a casa.
Kyrgyzstan tips
- Alcuni money exchange non accettano banconote da 20€
- Puoi prelevare direttamente agli ATM con la tua carta, io ho usato Revolut con una commissione irrisoria di 1,99€
- Tutti i ristoranti non fanno conti separati
- Nella maggior parte dei posti accettano pagamento con carta, anche in alcuni campi yurte.
- Nelle zone di montagna fa abbastanza fresco anche in pieno agosto, usa abbigliamento termico e giacca a vento
- Scarica la app Yandex, è ił loro Uber da utilizzare in città
- La sim fisica operatore MEGA funziona anche sulle montagne (al 90% delle volte)
- Io ho fatto una eSim con esim.dog ma non funzionava sulle montagne
- Per ulteriori consigli leggi i miei Travel essentials